Altidona
Audioguida
Collegiata di Sant’Antonio Abate (P.zza Cesare Battisti)
Dove oggi sorge Piazza Cesare Battisti, si trovava, in passato, la Collegiata di Sant’Antonio Abate (protettore degli animali e dei contadini), chiesa a cui gli altidonesi erano molto legati. Non abbiamo notizie sulla data della sua costruzione, ma sappiamo che nel ‘500 era di proprietà dei monaci farfensi di Santa Vittoria in Matenano. Il Comune di Altidona, molto probabilmente a seguito di una ristrutturazione da loro attuata, aveva il giuspatronato sulla chiesa fin dal 1537, col diritto di nomina (ma non di elezione) del priore e dei sacerdoti. In seguito la chiesa perse molta della sua importanza e questo creò certamente un danno anche alle chiese che si trovavano all’interno del castello come la chiesa dei Santi Maria e Ciriaco e la nuova Prepositura di Sant’Arcangelo Michele costruita nel 1767 (oggi chiesa dei Santi Maria e Ciriaco).Nel 1809 il camerlengo Francesco Sarrica, l’economo Aldebrando Gazzoli e il sindaco e possidente Paolo Monti (proveniente da una nobile famiglia di Fermo)furono protagonisti di un fatto curioso. Monti fece allargare una strada che conduceva ad una casa colonica di sua proprietà. Quando pioveva, però, l’acqua canalizzava su di un terreno di proprietà della Collegiata, allagandolo. Gli intenti di Sarrica e Gazzoli di far ripristinare la canalizzazione furono vani. Si rivolsero persino al prefetto del Tronto (Cornalia), ma anche questo tentativo fu del tutto inutile: il Sindaco addossò tutta la responsabilità dell’accaduto ai canonici additandoli come villani, scostumati, bugiardi e dittatori e persino inadempienti rispetto allo svolgimento delle loro funzioni religiose ed economiche. Nel 1812, la Chiesa, dopo essere passata allo Stato, a seguito del “Decreto di Avocazione” del 25 Aprile 1810 emesso Da Napoleone Bonaparte, fu messa in vendita (dopo essere stata privata di tutti i suoi arredi). L’acquisì proprio il Sindaco Monti, che la demolì facendo costruire al suo posto una vasca in cui confluivano anche le acque contenenti escrementi di animali che al tempo giravano liberi nel castello: l’odore nauseabondo che ne scaturiva fu, a sua volta, fonte di lamentela da parte degli altidonesi. Dopo tante vicissitudini comunque ad oggi la Collegiata ci ha trasmesso una delle più importanti testimonianze storiche all’interno del paese: una colonna appartenente al chiostro del convento un tempo annessa ad essa.
Colonna Farnese (Vicolo degli Archi)
La Colonna Farnese in Vicolo degli Archi apparteneva al chiostro del convento annesso alla Collegiata di Sant’Antonio Abate. E’ una colonna a otto lati di architettura farfense. Il Comune, dal 1821, tentò di riedificare la collegiata su pressione dei canonici e degli altidonesi, ma fu solo nel 1841 che il consiglio comunale decise di farlo, con l’unica soluzione di aumentare le tasse alla popolazione: di 25 scudi la tassa sulla famiglia, di 25 scudi la tassa sul bestiame e di 30 scudi la tassa per il censimento, risparmiando così 80 scudi l’anno per dieci anni. Nel 1849 intervenne la Congregazione del Buon Governo (tribunale ecclesiastico a tutela delle comunità) che chiese al Comune di bloccare subito il progetto perché insostenibile per gli altidonesi. Così fu fatto. Ma qualcosa era stato risparmiato dal Comune durante gli anni dal 1841 al 1849 e si decise allora, con tali denari, di riparare qualche strada comunale, di aggiustare l’orologio pubblico da tempo guasto e di edificare la torre campanaria (torre comunale, non della chiesa).
Porta da Sole
La Porta da Sole è uno dei due antichi ingressi del castello, risalente ad un periodo collocabile tra i secoli XIII e XIV. Anticamente la porta era sovrastata da una torre adibita al corpo di guardia (il suo nome iniziale fu Porta da capo, che poi fu mutato in Porta da sole per la sua esposizione verso sud). La porta, nel corso dei secoli, ha subìto importanti modifiche, tra le quali la più rilevante fu la demolizione del prosieguo delle mura castellane sul lato est. Al castello si accedeva solo sotto l’arco dal lato ovest. Nel ‘600 il locale a sud adiacente veniva utilizzato come “sfumigo”: durante il periodo della peste chi voleva accedere al castello doveva attraversarlo sottoponendosi a uno speciale trattamento di sanificazione che consisteva nell’essere totalmente immersi nel fumo: si riteneva che il fumo fosse un forte deterrente contro il morbo (da qui la parola “sfumigo”).
La pesa
Qui si applicava “la pesa” che significava al contempo sia l’azione della pesatura delle merci che il luogo destinato a tale operazione di controllo di ciò che entrava nel borgo. In effetti chi faceva il suo ingresso nel castello, portando con sé della merce, veniva fermato dal portiere (che era colui che vigilava sulla porta); questi veniva accompagnato dal pesatore, il quale, mediante l’utilizzo di una “stadera” (una bilancia usata già in epoca etrusca, che funziona mediante il principio delle leve, con più scale graduate sul braccio più lungo e la merce collocata su quello più corto), che era agganciata al ceppo di legno che ancora oggi è visibile sul muro, in base alla tipologia e al peso della merce, applicava una tassa chiamata “dazio”, che era un’imposta proprio relativa alla merce che entrava nel castello.
Il teatro comunale
Il teatro comunale di Altidona, inaugurato nel 1964, fu edificato grazie ad una donazione del Cavalier Filippo Talamonti (nato ad Altidona nel 1879). Acquistato e restaurato dal Comune, il teatro è stato e continua ad essere luogo di eventi, mostre e spettacoli. L’ascensore, utilizzato dagli attori per raggiungere il palco dai propri camerini situati al piano superiore, poggia sulla base di un’antica torre di guardia che si affaccia sul versante sud del paese. In questo sito, anticamente, era edificata la chiesa attorno alla quale si è poi sviluppato il castello. In essa fu trasferito il titolo dell’antica Pieve Sancte Mariae et Quiriaci, situata nel vicino colle: un’iscrizione lapidaria testimonia la sua esistenza già dal 1032. Nel 1814 il titolo venne nuovamente trasferito nella più recente e grande chiesa di San Michele Arcangelo dopo la soppressione della sua Prepositura.
Chiesa dei Santi Maria e Ciriaco
Originariamente la chiesa si trovava nell'attuale Vicolo Santa Maria. Fu poi demolita e il titolo passò alla Chiesa di San Michele Arcangelo. Oggi l'edificio sacro è il tempio parrocchiale e porta il nome di Santa Maria e San Ciriaco. I lavori di ampliamento e restauro durante il ‘700 ne contrassegnarono la struttura architettonica e lo stile neoclassico in cui spicca il campanile del 1886 (su disegno di Giovanni Battista Alesiani). L'interno, ad unica navata, conserva nel secondo altare di destra una tela della Madonna di Loreto coi santi Nicola da Tolentino, Francesco da Paola, Filippo Neri, Antonio da Padova e il beato Antonio Grassi, attribuita alla bottega di Natale Ricci (prima metà del ‘700). Dietro l'altare maggiore vi è un polittico del veneziano Cristoforo Cortese, grande miniaturista tardo-gotico italiano, composto da cinque pannelli con al centro una Madonna col Bambino tra i Santi Caterina d’Alessandria, Eleuterio, Ciriaco e Antonio Abate. Notevole è la pala di Vincenzo Pagani (XVI sec.), commissionata dall’allora parroco rappresentato in ginocchio ai piedi della Madonna in Trono col Bambino, alla cui destra c’è San Michele Arcangelo in veste di guerriero e a sinistra San Matteo. Vi è poi una croce in argento, sbalzata e con medaglioni circolari, del XV secolo, e il dipinto dell'Annunciazione (1720) di Ubaldo Ricci. Nel primo altare di sinistra una scultura di legno policromo della Madonna della Misericordia del ‘500. L'organo in controfacciata è opera di Giuseppe Grelli.
Torre dell’Orologio e Largo comunale (Piazza Vittorio Emanuele II)
La Torre dell’Orologio fu edificata nel 1849 da Saverio Basili di Campofilone. Sopra un antico baluardo dove era situato l’orologio, furono poste la campana pubblica e le due campane dell’attigua chiesa parrocchiale. Dopo neanche quarant’anni la torre civica era già a rischio crollo e costrinse il consiglio comunale ad approvarne, nell’ottobre del 1884, la riedificazione. Questa terminò nel 1886, fu commissionata a Vittorio Micucci su disegno di Giovanni Battista Alesiani. Nel frattempo, nel 1861, il Comune demolì la vasca per la raccolta delle acque costruita dal sindaco Paolo Monti e ottenne così la nuova Piazza Vittorio Emanuele II in cui si svolgeva l’antico “gioco dello steccato” che consisteva in una lotta tra un toro ed un uomo aiutato da un cane. L’uomo armato con una spada doveva trafiggere il toro, senza farsi incornare, all’interno di un recinto di legno costruito per l’occasione (lo “steccato”, appunto). Nei paesi come Altidona spesso, al posto del toro, era presente un bue che si cimentava in una lotta solamente contro il cane. Quest’ultimo veniva addestrato a staccare l’orecchio dell’altro animale. Se il cane vi riusciva, vinceva, mentre perdeva nel caso in cui fosse ferito gravemente o ucciso dal bue. Durante il Regno italico, i francesi provarono a vietare il gioco a causa della sua violenza. Ci riuscirono nelle grandi città, ma meno nei piccoli paesi.
Fonte dei Giudei (versante nord)
Sul versante nord del castello si trova la Fonte dei Giudei (XV secolo), una delle due fonti anticamente presenti ad Altidona. L’altra era la Fonte Vecchia, sul versante sud. La Fonte dei Giudei, negli atti del Comune, era chiamata Fonte degli Olmi per la fitta presenza di questi alberi intorno ad essa. Ma, per gli altidonesi è sempre stata la Fonte dei Giudei, perché qui facevano sosta gli ebrei in cammino verso i ghetti di Fermo e Monterubbiano. Si dice che siano stati gli stessi ebrei ad autofinanziarsi la costruzione della fonte perché avevano bisogno di un punto di ristoro lungo il tragitto. Nel Catasto Gregoriano del 1835 questa non viene censita, mentre l’altra del versante sud, tra l’altro molto più piccola, è riportata. Ciò lascia un alone di mistero data la difficoltà, all’epoca, di reperire facilmente l’acqua nei castelli. Tra le ipotesi vi è quella legata alle persecuzioni subite dai giudei tra i secoli XV e XVI, che li spinsero ad abbandonare botteghe e abitazioni con il conseguente calo di frequentazione della fonte di Altidona. Sembra poi che anche gli stessi altidonesi non volessero frequentare la fonte per evitare contatti con gli ebrei. Abbandonata da tutti, essa venne col tempo sommersa dalla vegetazione per poi essere riutilizzata nella prima metà del ‘900. Fu di nuovo abbandonata nella seconda metà del ‘900 fino al 2023 quando, grazie ad un contributo regionale, il Comune riuscì a mettere in sicurezza la rupe nord con la fonte e a ripulire tutta la zona, riaprendo così anche l’antica strada.
Chiesa della Madonna della Misericordia
La Chiesa della Madonna della Misericordia è situata poco prima di giungere al borgo, sulla destra. Edificata nel corso del ‘600, la chiesa si trovava in Contrada della Fraternità, su un terreno che si diceva essere di pertinenza della Basilica di San Giovanni in Laterano (Roma), da cui prese anche il nome di Chiesa della Fraternità. In essa fu eretta la Confraternita della Misericordia, aggregata nel 1618 all’Arciconfraternita del Confalone di San Giovanni in Laterano. La Chiesa di San Giovanni in Laterano in Roma esigeva dalla Confraternita 30 baiocchi l’anno come canone di affitto per il suolo su cui era edificata. All’inizio la Confraternita pagò i 30 baiocchi, ma poi cessò di farlo perché non vi era affatto la convinzione che la Basilica fosse proprietaria dell’appezzamento di terra. La Confraternita più volte fece richiesta degli atti di proprietà del terreno, ma purtroppo questi non arrivarono mai. Dopo la demolizione, nel 1812, della Collegiata di Sant’Antonio Abate, i canonici di quest’ultima vennero ospitati nel 1827 dalla Confraternita della Misericordia nella propria chiesa, ragion per cui l’edificio subì importanti modifiche. Fu creata una sacrestia allungando di qualche metro l’edificio dal lato est, fu spostato l’ingresso della chiesa sul lato ovest, originariamente sul lato sud (oggi murato). Nel 1834 si decise di dare il permesso di svolgere le funzioni religiose ai canonici della Collegiata a tempo indeterminato e la chiesa fu utilizzata molto di più. Un altro restauro avvenne nel 1952, mentre nel 1962 fu costruito l’attuale campanile in cemento.
Monumento ai Fornaciai
Il Monumento ai Fornaciai ricorda la tradizione e la grande abilità nella cottura del laterizio dei fornaciai altidonesi, nate nella seconda metà dell’800 grazie alla fornace Hoffmann di Raffaele Bagalini, situata in zona Marina di Altidona, in attività dal 1890 al 1907. All’epoca era tra i soli cinque impianti di livello industriale nella provincia di Ascoli Piceno, ed ha formato e plasmato generazioni di fornaciai. C’erano allora ad Altidona oltre cento fornaciai che ricoprivano quasi tutti il ruolo di fuochista, ossia colui che all’interno di una fornace ne gestiva il fuoco. Stimati e apprezzati, hanno viaggiato e messo a disposizione le loro conoscenze in molteplici impianti della penisola e all’estero. I loro nomi sono riportati nella targa in marmo adiacente al monumento, fortemente voluto dall’Associazione Quartiere Centro Storico, realizzato grazie all’appoggio dell’amministrazione comunale e alla generosa donazione della famiglia Franco Palloni. L’opera è realizzata ricordando le tre tipologie di fornaci per la produzione di laterizi succedutesi nei vari secoli: l’interno della parte inferiore con glii archi a mattoni ci riporta alla camera di combustione delle antiche “figline” romane, mentre il camino ci riporta agli impianti Hoffman, a forma cilindrica, che le hanno sostituite nella seconda metà dell'800, la forma rettangolare che sostiene quest’ultimo ricorda la moderna tipologia di fornaci detta “a tunnel”, oggi utilizzate per la cottura dei laterizi.