Museo Archeologico del Territorio di Cupra Marittima
Audioguida
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Introduzione
Il Museo Archeologico del Territorio di Cupra Marittima ha sede in palazzo Murri-Cipolletti. L'edificio, restaurato nel XVIII secolo su una precedente costruzione risalente al XIII secolo, si sviluppa sull’unificazione di due case torri medievali, simboli del potere delle famiglie nel Castello di Marano. Fu residenza privata fino al sec. XIX, in seguito, acquistato dal Comune, divenne sede della Scuola Elementare e poi di una casa per anziani, fino a diventare museo alla fine degli anni ‘90 del Novecento. La nascita del Museo è stata fortemente voluta dall’Archeoclub locale, associazione che opera da più di 50 anni per i beni storico-culturali di Cupra Marittima. Il Museo ospita reperti di epoche diverse ed è suddiviso in 3 sezioni: picena, romana e preistorica. Tutti i reperti esposti nel Museo provengono dal territorio di Cupra Marittima e da quelli limitrofi. Analizziamo ora alcuni oggetti caratteristici di alcune epoche qui conservati. L’anellone piceno, un grande anello in bronzo a 4 o 6 nodi, che veniva posto sul grembo delle donne defunte probabilmente con un significato religioso o rituale. Nonostante l’incertezza sul suo uso e sul suo significato, l’anellone distingue i Cuprenses (come i Romani chiamavano il popolo dei Piceni che viveva su questo territorio) dalle altre popolazioni dei Piceni, poiché questo oggetto è stato rinvenuto solo tra i corredi femminili dei Cuprenses probabilmente si può associare con il culto di Cupra, dea da cui il paese prese il nome. Questo culto fu largamente diffuso in epoca picena e continuò anche in epoca romana, secondo alcuni studiosi può essere assimilato a quello della stessa Venere. Relativa all’epoca romana è la testa di una statua femminile probabilmente raffigurante proprio Venere: quella conservata in questo museo è la copia in gesso dell’originale rinvenuto a Cupra Marittima, ma ora conservato al Museo Archeologico di Ripatransone, la testa è l’unica parte superstite dell’intera statua andata distrutta che proveniva presumibilmente dal tempio situato nel foro della città romana. Inoltre, un ritrovamento unico per la costa adriatica, sono i frammenti di calendario romano che si riferiscono al mese di Aprile e che indicano i giorni fasti e nefasti cioè i periodi in cui era o non era consentito trattare affari giudiziari, compiere sacrifici o intraprendere attività.
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Lapidarium
Le epigrafi romane rinvenute in seguito agli scavi sistematici, già avviati nel sec. XVIII dallo Stato Pontificio e proseguiti nel Novecento, sono state di notevole apporto per la conoscenza della civiltà di Cupra Maritima. Il recupero attraverso i secoli è frutto di vari studiosi fra i quali si ricordano il Paciaudi, il Vicione, il Colucci, il Gamurrini, il Dall’Osso, i fratelli De Minicis, Momsen, De Rossi, Don Cesare Cellini e dal 1970 fino ad oggi il volontariato del locale Archeoclub che si è avvalso dello specifico apporto degli epigrafisti dell’Università di Macerata e altri studiosi (Gasperini, Paci, Marengo, Antolini e Fortini). L’allestimento del lapidarium è in corso e, prevedendo entro il 2025 la relativa conclusione, segnerà una ulteriore qualificazione per la conoscenza di un glorioso passato da trasmettere alle nuove generazioni che scopriranno il valore della Storia scritta sul marmo e sull’argilla.
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Sezione Picena
I Piceni definiti Cuprenses si stabilirono principalmente nella parte sud occidentale di Cupra in località San Silvestro e La Castelletta e vi abitarono dal sec. VII al III secolo a.C., quando vennero sottomessi dai Romani nel 268 a.C.. I piceni instaurarono una fiorente cultura, con propri usi e costumi, religiosità, commerci e organizzazione sociale. Questi aspetti della loro vita, cioè la loro identità culturale, emergono esclusivamente dallo studio delle loro sepolture: le necropoli, che rappresentano una fonte di informazioni poiché i corredi funerari e la collocazione di questi oggetti sepolti insieme al corpo, descrivono lo stato sociale del defunto e la comunità in cui viveva. La sezione picena conserva reperti recuperati in seguito a ritrovamenti casuali avvenuti nel territorio negli ultimi 50 anni che testimoniano la vita dei Cuprenses. Troviamo una selezione di reperti più antichi (sec. VIII) provenienti dalle necropoli di S. Andrea e S. Silvestro. Abbiamo esempi di una sepoltura maschile ed una femminile con oggetti provenienti da diverse tombe: il corredo funerario maschile appartenente ad un guerriero: elmo in bronzo, con testa di cavallo e leone come elementi decorativi, punte di lancia, asce e spade in ferro. Nell’ esempio di corredo funerario femminile troviamo esposti gli oggetti decorativi che venivano posti sul corpo e sulla veste della donna come bracciali, collane, fibule, anelli, nuclei di ambra e conchiglie, pendagli, bottoni o orecchini, anelloni, ma anche rocchetti da telaio e fuseruole che testimoniano le attività femminili per eccellenza. I reperti in bronzo mostrano la grande capacità e bravura dei Piceni nella lavorazione dei metalli. Anche la collezione di vasi faceva parte del corredo funerario, posto normalmente ai piedi del defunto. Alcuni esempi li troviamo nella coppa con anse zoomorfe e con decoro a rilievo sul fondo, o la coppa a 4 anse decorata sul collo. Tra altri reperti di una tomba femminile troviamo l’anellone in bronzo, le fibule in ferro, una oinochoe (brocca con beccuccio trilobato di importazione etrusca, che suggerisce i contatti e i commerci con quelle popolazioni) e un set di tre brocche chiuse da coppette che fungono all’occorrenza sia da coperchi che da bicchieri. Altre vetrine sono dedicate alla ceramica dei Piceni, con esempi dell’artigianato locale dei Cuprenses, notevoli le due coppe con anse semilunate e quella con ansa zoomorfa, tutte con incisioni simboliche all’interno e risalenti al VI secolo a.C..
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Sezione Preistorica
L’ insediamento umano in questo territorio risale al Paleolitico Inferiore. Importantissima la teca che raccoglie gli strumenti litici risalenti a 128mila anni fa, e che rappresentano attualmente il sito paleolitico più antico delle Marche collocato in località Boccabianca sulla collina più a nord di Cupra. I reperti sono soprattutto utensili da taglio come i bifacciali amigdale e pietre scheggiate come raschiatoi e grattatoi, tutti realizzati in selce, attribuiti all’Homo di Neanderthal. La scoperta di questo sito si deve ad un ragazzino che ha fatto i primi ritrovamenti. Oltre agli utensili in selce sono stati ritrovati reperti ossei di animali vissuti all’epoca (bue primitivo, cavallo, elefante e una specie estinta). L’insediamento umano preistorico in questo territorio si è sviluppato sulle sponde del torrente Menocchia poiché l’acqua era il primo elemento per sopravvivere, la zona dove gli uomini scheggiavano la pietra era separata da quella con le capanne, dove erano svolte le attività legate alla vita domestica. I resti degli animali ritrovati di cui si sono conservate le ossa, come gli elefanti, ci fanno immaginare una fauna molto diversa da quella attuale. Altri reperti derivano da ritrovamenti casuali di superficie, specialmente dopo le arature, provenienti da varie località vicine: Massignano, Montefiore dell’Aso, Altidona, Lapedona.
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Sezione Romana
La sezione romana espone molti reperti provenienti dall’area in cui alcuni ruderi identificano chiaramente il foro di Cupra Maritima, cioè il luogo dove sorgevano gli edifici pubblici della città. Questa area è oggi definita Parco Archeologico Naturalistico Civita con in corso tuttora attività di scavo. Il parco sorge su un basso colle in località “la Civita”, 3 km a nord dell’attuale centro abitato. Di fronte alla struttura dell’edificio quadrangolare anche definito basilica, si trova un podio con ai lati due archi onorari e una gradinata, probabilmente il tempio di Cupra-Venere. L’esistenza in questo territorio di un tempio dedicato a Cupra è confermata anche da un'epigrafe, oggi conservata nella chiesa di San Martino a Grottammare, che racconta di un restauro del tempio della dea Cupra voluto dall’imperatore Adriano (… templum deae Cuprae restituit …). La prima sala è detta dell’instrumenta domestica, l’insieme di strumenti ed oggetti per l’utilizzo quotidiano e domestico. Si trovano elementi di vario tipo: alcuni riguardano il culto come la statuetta in bronzo di un giovane nudo che offre il rython e la patera (corno per libagioni e coppa sacrificale); mortai e una parte di statua marmorea con panneggi e vaso. Ci sono alcuni oggetti in bronzo come una chiave e un campanello accanto ad una testina in marmo di pregevole fattura. Nelle altre teche si trova una collezione di instrumenta domestica come vasellame da tavola (ceramica sigillata risalente ad un periodo che va dal I a.C. al IV secolo d.C.); molte lucerne di epoche e paesi diversi, come quella africana (435 d.C.) decorata con le figure di un soldato e un levriero, confermano gli intensi commerci. Essi sono dimostrati anche dalle anfore che qui venivano fabbricate, come testimonia il marchio THB (Titi Helvi Basilae, un produttore locale), o qui sono state ritrovate. Per sigillare le anfore venivano utilizzati dei tappi, qui esposti, a forma di disco variamente decorati (opercula). Le anfore venivano utilizzate per il trasporto di merci come vino, olive, olio, i prodotti tipici di questo territorio, che partivano dal porto-canale di Cupra Maritima. Un’altra testimonianza degli intensi scambi commerciali è la raccolta di monete che coprono un periodo che va dal II a.C. al V secolo d.C. e provengono da luoghi diversi: Antiochia, Alessandria d’Egitto e Lione. Sono esposti, inoltre, reperti provenienti dal Foro della città romana, ad esempio le antefisse in terracotta poste in origine sugli edifici pubblici, decorate con viso di Gorgone e con palmette, una di queste ha incisa l’iscrizione propiziatoria “compra fa bene”, sono presenti anche altri elementi come i frammenti di pavimento a mosaico e dei capitelli. Inoltre si trova esposta una tomba detta “alla cappuccina”, ritrovata all’esterno delle mura della città romana, con parte dello scheletro di un giovane romano e il suo modesto corredo funerario. In questa sezione viene trattata anche un’altra area archeologica, quella posta lungo l’attuale strada statale 16, cioè quella del Ninfeo e degli ambienti termali di una villa romana suburbana. Questa residenza fu adibita prima ad attività produttiva poi a luogo de otio con le terme e uno spazio con giochi d’acqua, il Ninfeo appunto.