Cellino Attanasio
Audioguida
Storia di Cellino (parte 1)
Cellino Attanasio – denominato solo Cellino fino all'Unità d’Italia - è un borgo che attualmente conta circa 2.200 abitanti, situato ad un’altitudine di 443 metri sullo spartiacque tra la Valle del fiume Vomano e la Valle del fiume Piomba. Il Comune di Cellino Attanasio conta ben 16 frazioni e il suo territorio ha una superficie di circa 44 chilometri quadrati. Il suo nome deriva da un antico tempio dedicato a Mercurio (dio del commercio, del guadagno e della destrezza) situato sulla collina di San Marco. I molti resti archeologici rinvenuti testimoniano la presenza di insediamenti umani risalenti addirittura all'Età del Bronzo. Tra i reperti ci sono anche i resti di un villaggio romano sparsi in varie località del territorio. Durante il Medioevo, Cellino ha assistito - a cavallo tra il XII° e il XIII° secolo – alla costruzione di numerosi castelli, molti dei quali - sebbene inagibili e abbandonati - sono ancora visibili. Cellino fu proprietà dei benedettini dell’Abbazia di San Giovanni in Venere e in seguito, vista la sua importanza strategica, fu un feudo fortificato della famiglia degli Acquaviva, duchi di Atri e potente dinastia dell'Italia meridionale. Gli Acquaviva dominarono Cellino dal ‘300 fino alla loro scomparsa nel ‘700; vi costruirono un importante complesso di fortificazioni composto, tra l’altro, da una cinta muraria e nove torri, di cui solo due versano ancora in buono stato. Salvo questo aspetto, il cuore medievale del borgo è rimasto pressoché intatto, con le sue strade strette, le scalinate, i larghi e le piazze.
Storia di Cellino (parte 2)
Nel 1462 il condottiero angioino Matteo di Capua (viceré degli Abruzzi e duca di Atri e di Teramo) assediò Cellino per tre mesi. Erede della dinastia che possedette la contea francese di Angiò, entrò in conflitto con il feudatario locale Giosia Acquaviva, alleato degli Aragonesi. Durante l’assedio l’Acquaviva e molti suoi sudditi persero la vita. Nel 1481 Giuliantonio Acquaviva, figlio di Giosia e fondatore di Giulianova, si distinse nella battaglia di Otranto contro i Mori. Pur morendo, il suo coraggio valse al casato il diritto di fregiarsi del nome d'Aragona. Verso la fine del XV° secolo Andrea Matteo Acquaviva, figlio di Giuliantonio, fu un importante mecenate di artisti e letterati, costruì una stamperia nel suo palazzo e contribuì all'epoca d'oro culturale di Cellino. Tuttavia, tra il 1485 e il 1486, Andrea Matteo partecipò alla congiura dei Baroni contro il Re Ferdinando di Napoli, fu sconfitto e perse il Ducato di Cellino, concesso poi dal Re ad Ascanio Colonna. Saltando di molto nel tempo e avvicinandoci a noi, risale all’8 dicembre 1798 l’entrata in paese dell'armata repubblicana francese. Oggi, all’interno del centro abitato, si trovano la Chiesa Parrocchiale di S.Maria La Nova, l’ex Chiesa di S.Spirito (che oggi è un teatro) e la Chiesa di S.Francesco; al di fuori delle mura, nei pressi degli impianti sportivi, è situata la Chiesa di Maria Immacolata, quasi completamente distrutta.
Arena e Bartali (parte 1)
Curiosa e interessante è la storia del giovane e promettente ciclista Antonio “Tonino” Arena, nato a Cellino Attanasio nel 1908, che già a 17 anni ottenne risultati di prestigio a livello nazionale. Nel 1930, durante una gara, al grande ciclista toscano Gino Bartali si ruppe la catena della bicicletta e Antonio Arena si offrì di riparargliela. Bartali gli fu così riconoscente per quel gesto da diventare suo grande amico, tanto da andare a trovarlo ogni anno a Cellino e da affidargli l’esclusiva di vendita nella zona di Teramo delle biciclette con marchio “Bartali”. Il campione passava le giornate a Cellino giocando a carte al bar: aveva trovato un ambiente sano e cordiale in cui godeva dell’affetto della gente. Antonio Arena fondò anche un circolo di tifosi di Bartali, molti dei quali seguirono molte imprese del toscano.
Arena e Bartali (parte 2), Nuvolari a Cellino e il drammatico incidente
Tuttavia il destino non fu clemente con il talentuoso Arena. Il 1° maggio del 1933 il segretario comunale di Cellino Attanasio vinse il primo premio della lotteria di Tripoli. Per consegnargli l'assegno, la Direzione Nazionale delle Lotterie decise di inviare a Cellino il celebre asso dell’automobilismo Tazio Nuvolari. Il sindaco di Cellino incaricò Arena di accogliere il campione di Mantova. Questi tuttavia, mentre guidava ad alta velocità all’ingresso del borgo di Cellino, investì proprio Antonio Arena che era in sella alla sua bicicletta. Un impatto violento che provocò ad Arena delle lesioni tali che lo costrinsero ad abbandonare per sempre il ciclismo, sport di cui rimase comunque un grande appassionato. La consolazione di Arena fu vedere l'amico Gino Bartali raggiungere il successo proprio a partire dall'Abruzzo. Al suo primo Giro d'Italia, nel 1935, il toscano vinse la tappa a L'Aquila, bissandola l’anno successivo e portando a casa il suo primo Giro d’Italia, premiato da Gabriele D’Annunzio dopo la conclusiva cronometro da Sirmione a Gardone Riviera.
Torrione
La testimonianza del glorioso passato di Cellino è costituita dalla cinta muraria situata in via Duca degli Abruzzi, simbolo dell’importanza strategica del borgo nel XV° secolo. La costruzione delle mura fu iniziata nel 1463 da Antonio Acquaviva e terminata da Andrea Matteo III Acquaviva nel 1480. Della cinta originaria oggi si conserva una torre cilindrica con merlatura ghibellina (i merli ghibellini sono dei rialzi in muratura la cui sommità è a coda di rondine; sono tipici dell’architettura militare medievale). In origine il sistema difensivo di Cellino era dotato di numerose torri, tra cui spiccava quella di Santa Maria La Nova (oggi inglobata nel tessuto urbano) e un'altra situata nell'abside della Chiesa di San Francesco. La torre della cinta muraria presenta delle buche dette “pontaie” (buchi fatti nella muratura), utilizzate dai balestrieri per difendere la città dagli attacchi nemici. Un secondo torrione, nei pressi della Chiesa di San Francesco, conserva la sua struttura in mattoni, impreziosita da beccatelli (da “becco”, delle specie di mensole in pietra che sostenevano un cornicione o una merlatura sporgente). Sulla cima della cinta, in prossimità della Chiesa di San Francesco, c’era un tempo la casa-fortezza della famiglia Acquaviva che, forse inglobata o trasformata nel tempo, lascia oggi spazio alle abitazioni del centro storico.
Panorama di Cellino (parte 1)
Cellino Attanasio è immerso nella natura incontaminata dell'Abruzzo. Un clima temperato, il suo, che influenzato dalla vicinanza del Gran Sasso e del Mare Adriatico regala inverni rigidi ed estati calde. Il suo territorio è eterogeneo, con paesaggi che spaziano dalle colline ai corsi d'acqua. Due sono i fiumi principali: il Vomano (imponente, regimentato a monte per la produzione di energia elettrica) e il Piomba (più torrentizio, dotato di fascino selvaggio). Le sorgenti di quest’ultimo offrono inoltre un habitat ideale per numerose specie di flora e di fauna e sono di grande interesse naturalistico. Al confine con Atri si trovano i suggestivi calanchi, pendii argillosi dalla forma sinuosa. Con il loro ecosistema unico, delineano un panorama ricco di sfumature e scorci suggestivi.
Panorama di Cellino (parte 2)
Cellino Attanasio ha un ricco patrimonio storico-culturale. Le case isolate e i piccoli nuclei abitativi testimoniano un passato legato alla conduzione mezzadrile delle aziende agricole. Le aree un tempo coltivate, soprattutto a Valviano e Monteverde, stanno pian piano tornando ad assumere un aspetto boschivo che offre un bel panorama e contribuisce alla difesa del territorio. Numerose, poi, sono le sorgenti, sia di acqua dolce che di acqua sulfurea e salata. Queste ultime, in passato, erano una preziosa risorsa per l'approvvigionamento di sale. Molti, infine, sono i punti di osservazione sparsi per il territorio comunale da cui poter ammirare l’unicità dei panorami.
Chiesa di Santa Maria La Nova
La Chiesa Madre di Santa Maria La Nova si trova nel cuore di Cellino Attanasio ed è un vero gioiello architettonico. Attestata nei documenti fin dal 1330, ha subìto nei secoli diverse modifiche che ne hanno disegnato l'aspetto attuale. In origine la chiesa aveva una struttura a cinque navate, che furono ridotte prima a tre e infine a due a causa di un crollo parziale della copertura avvenuto nel 1826. L’edificio, letteralmente incastrato tra le abitazioni, ha la copertura a capanna (formata da due parti inclinate, ossia le falde, che dalla sommità del tetto scendono verso il basso e favoriscono lo scorrere della pioggia e della neve verso il terreno). Conserva tuttora le quattro colonne nella navata di destra sulle quali sono visibili resti di affreschi trecenteschi. La chiesa ha una pianta insolita: la navata principale si sviluppa lungo l'asse dell'ingresso, mentre la navata laterale destra è separata da un muro interrotto da ampie arcate a tutto sesto (a tutto sesto significa a sezione semicircolare di 180°: sesto è l’antico nome del compasso). Questo elemento, insieme alle colonne cilindriche e ai capitelli, rappresenta il solo residuo della chiesa trecentesca. Al suo interno si trova un tabernacolo ligneo di autore anonimo del 1583 che riprende uno stile diffuso nella provincia di Teramo. C’è poi la pala d'altare dorata del XV° secolo, opera di Andrea De Litio, che raffigura lo Sposalizio mistico di Santa Caterina Martire con Cristo crocifisso. Nella chiesa si trova anche un prezioso organo a canne settecentesco dei Fratelli D'Onofrio, restaurato nel 2000 dal maestro organaro Alessandro Girotto. La torre campanaria, che era parte del sistema fortificato, fu rifatta nel XV° secolo sotto gli Acquaviva. La sua struttura, ispirata alle "torri sorelle" di Teramo e Atri, presenta caratteristiche proprie che la rendono un elemento unico nel panorama architettonico di Cellino Attanasio.
Portale
Oltre al tabernacolo ligneo e alla pala d'altare del De Litio, la Chiesa Madre di Santa Maria La Nova custodisce altri tesori di grande valore artistico e storico. Tra questi il portale ad arco datato 1424 e realizzato da Matteo De Caprio da Napoli, esempio di arte gotica e tardo-romanica. La sua struttura con colonnine incassate e decorazioni floreali antropomorfe, l'arco a tutto sesto e la cornice orizzontale continua che lega gli elementi architettonici, lo rendono un capolavoro. Un'iscrizione sulla facciata rivela la data di realizzazione e il nome del maestro scultore. Su due colonnine laterali poggiano due statue da cui partono le linee oblique del timpano (ossia la superficie triangolare compresa tra le cornici inclinate e quella orizzontale del frontone) che culminano nella statua di Cristo Benedicente.
Monumento funebre Acquaviva, tabernacolo, colonna cero pasquale, affreschi colonne.
Nella Chiesa di Santa Maria La Nova, dietro l'altare maggiore, si erge il monumento funebre di Giovàn Battista Acquaviva d'Aragona, dedicato al primogenito del duca Andrea Matteo Acquaviva e Isabella Piccolomini d'Aragona, scomparso nel 1496 a soli 14 anni. L'opera è attribuita alla bottega dell’artista bergamasco Pietro Lombardo. Il basamento, su cui poggia l'arca, è decorato con motivi a candelabra - diffusi nel Rinascimento, chiamati così perché ricordano la forma di un candelabro - e stemmi della famiglia Acquaviva. L'arca, a sua volta, ospita la figura distesa di Giovan Battista Acquaviva d’Aragona. Il giovane duca è rappresentato in vesti eleganti e con le mani giunte in preghiera. Ai lati dell'arca, due colonne sorreggono un timpano triangolare che racchiude il bassorilievo de La Crocifissione. Lo stile del monumento funebre richiama le grandi tombe veneziane di Antonio Rizzo e Pietro Lombardo. Nel basamento c’è una lapide con incisi sei distici – il distico è una strofa formata da una coppia di versi, di solito legati da una rima - composti dal latinista Antonio Epicuro tra il XV° e il XVI° secolo.
Santa maria la Nova, interno.
All’interno della Chiesa di Santa Maria La Nova campeggiano gli affreschi di Antonio Martini da Atri, importante artista abruzzese, realizzati nel 1383. Antonio Martini, attivo soprattutto ad Atri e a L'Aquila, eccelleva nell'utilizzo del colore e nella resa dei dettagli. Nelle sue opere i santi hanno l'aspetto di cortigiani con abiti sontuosi come nella moda dell'epoca. Nella chiesa gli affreschi di Martini si trovano sui pilastri circolari della navata centrale. In parte coperti da graffiti che testimoniano la devozione popolare che li ha resi oggetto di preghiere e ringraziamenti nel corso dei secoli, conservano ancora la loro bellezza. Tra le figure più interessanti spicca Sant'Antonio Abate, primo patrono di Cellino Attanasio, venerato dalla popolazione locale e soprattutto tra le famiglie nobili che nel ‘300, sotto il regno angioino, furono committenti di molte opere d'arte. Notevole è anche la figura di Santa Lucia in abiti eleganti che ricorda la Santa Caterina della cattedrale di Atri, anch’essa opera di Martini.
Tabernacolo
Importante è anche il tabernacolo del 1472 proveniente dalla bottega di Andrea Lombardo. Progettato secondo modelli tardo-gotici, sovrappone all’arco a tutto sesto centrale un coronamento mistilineo (vale a dire composto sia di segmenti rettilinei che di curve) decorato con lingue fiammeggianti. La cuspide è la base del Dio Padre, con ai lati il gruppo dell’Annunciazione. Un busto ligneo conserva una reliquia di S. Attanasio Vescovo, patrono di Cellino Attanasio. Nei pressi dell’ingresso è incastonata la Croce delle Indulgenze che Papa Leone XIII concesse nel 1901. Da segnalare, infine, la colonna per il cero pasquale del 1383, decorata con motivi a tralci di vite e piccoli telamòni (il telamòne è una scultura utilizzata come sostegno di solito per sostituire le colonne) che sorreggono il capitello con foglie d’acanto.
Andrea De Litio (parte 1)
Sotto il soffitto di un armadio nella sagrestia della chiesa parrocchiale di Cellino Attanasio, lo storico dell’arte toscano Enzo Carli rinvenne nel 1942 un dittico (i dittici erano dipinti su tavola formati da due parti unite con una cerniera, che generalmente potevano aprirsi e chiudersi come un libro oppure essere fissi); l’opera scoperta da Carli rappresenta oggi uno dei capolavori del primo Rinascimento abruzzese. E’ conservato al Museo Nazionale d'Abruzzo de L’Aquila ed è stato attribuito ad Andrea De Litio, figura ancora oggi misteriosa. La sua identità è oggetto di dibattito tra gli studiosi, soprattutto sulla sua provenienza. L'ipotesi più accreditata lo identifica come originario di Lecce nei Marsi (in provincia de L’Aquila). La sua opera si contraddistingue per l’eccelsa tecnica, l’uso delicato dei colori e l’espressività delle figure. Le due tavole del dittico di Cellino Attanasio, raffiguranti la Madonna col Bambino e San Sebastiano, sono caratterizzate dall’uso sapiente della luce e dal naturalismo dei personaggi.
Andrea De Litio (parte 2)
La ricostruzione del percorso artistico dell’enigmatico Andrea De Litio si basa sul confronto stilistico delle sue opere e su una scarsa documentazione. Secondo gli studiosi si è mosso attraverso diverse città dell'Abruzzo (Norcia, Sulmona, L’Aquila, Atri e Chieti) dove è stata rinvenuta l'unica sua opera firmata e datata, il San Cristoforo, del 1473. La Vergine dello Sposalizio mistico di Cellino Attanasio ha forti analogie con una Madonna adorante affrescata nella Chiesa di Santa Maria Assunta ad Atri. Un'altra opera attribuita a De Litio, la Vergine Annunciata Lehman (oggi al Metropolitan Museum di New York) presenta analogie con le tavolette di Cellino Attanasio.
Teatro, ex Chiesa di S.Spirito
Lungo la via che collega la Chiesa di San Francesco alla Chiesa di Santa Maria La Nova si erge l'ex Chiesa di Santo Spirito, oggi diventata teatro, che conserva un grande fascino. Edificata nel XII° secolo, rappresentava un importante luogo di culto per la comunità di Cellino. Nel XVIII° secolo subì un rifacimento che ne modificò l'aspetto. La nuova facciata è un ottimo esempio di architettura barocca abruzzese. Altri elementi della facciata sono le decorazioni in terracotta e il portale, che ha una cornice a motivi classici e un arco a tutto sesto. Al di sopra del portale si staglia un finestrone col suo tipico timpano spezzato. Ai lati della facciata si aprono delle finestre a sesto acuto incorniciate in laterizio risalenti all'epoca medievale.
Palazzo Marcellusi
Tra via Rubini e via San Francesco sorge il Palazzo Marcellusi, imponente dimora nobiliare risalente al XVII°-XVIII° secolo. La facciata dell’edificio è monumentale e il portale d'ingresso è realizzato in pietra concia a bugnato (il bugnato è costituito da blocchi di pietra sovrapposti a file sfalsate). All'interno c’è una grande sala affrescata. Il palazzo si chiama così per il nome di chi ci nacque e ci visse, ossia il poeta Vincenzo Marcellusi, nato a Cellino Attanasio nel 1886, la cui poesia si ispirava a Pascoli, D'Annunzio e ai simbolisti francesi. Tra le sue opere ricordiamo i "Poemi occidentali" e la tragedia "Nadeida", rappresentata al Teatro Adriano di Roma nel 1921. Marcellusi morì a Chieti il 7 agosto 1962.
Chiesa di San Francesco
LLa Chiesa di San Francesco, un tempo dedicata a Sant'Antonio Abate, fu edificata come convento francescano intorno al 1345. La struttura attuale, invece, risale alla prima metà del ‘600, come testimonia una mattonella nel chiostro con incisa la data del 1628. Nel corso dei secoli la chiesa ha subìto diverse vicissitudini. Dopo i decreti murattiani nel 1809 (che prendono nome dal generale francese e re di Napoli Gioacchino Murat, i cui decreti ordinarono appunto, all’interno di tutto il Regno di Napoli, la soppressione dei monasteri e l’abbattimento dei conventi) i locali vennero adibiti a sede comunale e archivio e successivamente, fino alla fine degli anni ‘80 del Novecento, a caserma dei Carabinieri. La chiesa presenta una facciata a coronamento orizzontale (che nasconde completamente la navata), caratterizzata da un portale ogivale (con arco a sesto acuto, la cui sommità è appuntita e non tonda) e da tre finestre anch’esse a sesto acuto. La parte posteriore, sorretta da contrafforti (sostegni a sezione quadrangolare con funzione di rinforzo), ospita un campanile a vela (una struttura muraria elevata al di sopra della copertura di una chiesa) per due campane. L'interno è a navata unica ed è stato oggetto di restauri che ne hanno alterato in parte l'aspetto originario. L'abside è semicircolare, mentre il soffitto è a capriate lignee. Sul lato sinistro della chiesa si sviluppa l'edificio conventuale, che conserva un bel chiostro recentemente ristrutturato..
Rocco Rubini
Rocco Rubini, nato a Cellino il 4 ottobre 1800. E’ considerato ancora oggi uno dei maggiori maestri della pratica omeopatica a livello mondiale. La sua infanzia è funestata da gravi lutti familiari. Nel 1807 suo padre Settimio fu ucciso dai briganti nel bosco di Monteverde; nel 1809 perse anche la madre Maria Antonia. Con i suoi fratelli Camillo e Cristoforo fu ospitato a casa di uno zio a Teramo. Nel 1820 si recò a Napoli, dove studiò per quattro anni e conseguì la laurea in Medicina. Cinque anni dopo tornò a Teramo, dove fu nominato Protomedico della Provincia. Quando tornò a Cellino nel 1828, la polizia borbonica si mostrò diffidente nei confronti della sua famiglia per le idee liberali del defunto padre e per l’appartenenza di Rocco e di Cristoforo alla Giovine Italia. Nel 1839 si trasferì stabilmente a Napoli, dove mediante le sue terapie omeopatiche, a quanto si dice riuscì a salvare 391 persone dal colera. Rubini morì nel 1888.