Collezione Ada Bellucci
Approfondimenti
Giuseppe Bellucci
Giuseppe Bellucci, (1844 – 1921) Professore, Rettore dell’ateneo perugino, primo Presidente della Fondazione per l’Istruzione Agraria di Perugia dal 1892 al 1895 e grazie a lui si arrivò alla formazione della più grande concentrazione di musei scientifici dell’Umbria all’interno del complesso di San Pietro a Perugia. Grande appassionato della natura e della Valnerina, tanto da chiamare Nerina una delle sue figlie, amante dell’escursionismo, nel 1875 fonda la sede di Perugia del Club Alpino Italiano (CAI). Alla sua illustre carriera accademica, Giuseppe Bellucci affiancò un instancabile impegno nella ricerca sul campo, sviluppando un vasto ambito di interessi che spaziavano dalla geologia alla petrografia, dalla paleontologia all’ambito pre-protostorico, archeologico, numismatico e soprattutto demologico dando vita a una straordinaria produzione bibliografica. Ricerche, scavi archeologici, ricognizioni, scambi e acquisti da amici e collezionisti porteranno Bellucci a creare diverse collezioni organiche, come quella numismatica e quella di amuleti e di oggetti connessi a forme rituali di protezione magico-religiosa e di oggetti legati a quella che potremmo definire arte popolare. La collezione Giuseppe Bellucci, riordinata e inventariata da sua figlia Ada, attualmente è conservata presso il Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria di Perugia.
Le fuseruole
Alle serie di "coppe amatorie" appartengono le 98 fuseruole inanellate in un singolare espositore in legno. I raffinati acini globulari in maiolica prodotti a Deruta nel XVI sec., applicati all’estremità del fuso e utilizzati nelle attività di filatura, costituivano un dono da omaggiare all'innamorata. Presentano al centro, entro fasce filettate, il nome dell'amata dipinto e seguito dalla lettera "B", l’iniziale della parola “bella”. “nelle nostre campagne codeste fuseruole son dette pittole e pittolare significa il moto rotatorio impresso al fuso per attorcigliare le fibre tessili. […] Le fuseruole dell’antico tempo romano e dei secoli, che susseguirono codesto periodo dell’antica civiltà, sono comunissime nelle nostre campagne. Sono generalmente acini semplici, di forma pressochè sferica, attraversati da un foro conico, con l’apertura più larga nella parte corrispondente al corpo del fuso. Talora ornamenti semplicissimi, graffiti od impressi, abbelliscono codesti piccoli oggetti, interessanti l’arte del filare. Sono ornati geometrici, ugnature cerchiellí, fasce o linee circolari. Dal X1V al XVII secolo, codeste fuseruole si usarono smaltate ed ornate non solo di fasce, linee, squamme, impresse a colori nello smalto, ma nella parte centrale delle fuseruole medesime, in un campo di smalto bianco si stamparono con tinta azzurra o pensieri relativi all’amore o í nomi delle belle innamorate, a cui la conocchia ed il fuso munito di fuseruola, veniva presentata. Codesta costumanza gentile, diretta a lusingare 1'amor proprio delle innamorate e delle spose, non sopravvive altrimenti nelle, nostre campagne. […] La conocchia ed il fuso, come abbiamo veduto di sopra, richiamavano le donzelle da marito al pensiero del lavoro; i simboli impressi nella conocchia le ponevan dinanzi i doveri coniugali, tutta roba seria ed atta meglio a meditare sulle conseguenze che si preparavano, di quello che a provare quel gaudio del cuore, a cui, forse con un po' di spensieratezza, si mirava. Quindi una parolina. gentile, quasi sobillata all’ orecchio, collocata all’ estremità del fuso e quasi inavvertita, doveva non solo lusingare la vanità della giovane, ma ispirare in essa quella compiacenza, intima, che suole arrecare la lode per un carattere, che si sa di possedere che si vede da altri avvertito. Si è detto che la conocchia con simboli poteva tenere il luogo di una lettera dichiarativa di amore; in tal caso la fuseruola iscritta ne rappresentava 1' indirizzo che ogni innamorato si dava premura di ottenere, impresso indelebilmente dal fuoco sullo smalto. (Giuseppe Bellucci, Usi nuziali dell’Umbria. Nel giorno degli sponsali Taticchi- Meniconi Bracceschi l’autore in segno di augurio, Perugia 1895.) Le fuseruole, parte della Collezione Giuseppe Bellucci, sono state acquisite dal Comune di Deruta nel 1999 e attualmente sono esposte nel Museo Regionale della Ceramica di Deruta.
Il piviale di Papa Benedetto XI
Il piviale appartenuto a Papa Benedetto XI, un lampasso lanciato in seta avorio e oro membranaceo, rappresenta uno dei capolavori dell’arte tessile del XIII secolo di ambito Mongolo e fu esposto alla mostra di Arte Antica a Perugia del 1907 «dopo aver giaciuto, per secoli in fondo a una specie di cassetta, o reliquiario, con vetro davanti, nella Sacrestia della Chiesa di S. Domenico». Nella collezione Ada Bellucci sono conservati alcuni frammenti del parato accuratamente fissati su di una base di cartone analizzati direttamente dal Prof. Giuseppe Bellucci come si può desumente dalla scritta: Dal piviale di Benedetto XI - dalla Chiesa di San Domenico - Perugia - filo seta bianca e fibre dorate di pelle di vitello - nato morto. Da analisi chimica di Giuseppe Bellucci Per approfondire: https://turismo.comune.perugia.it/poi/museo-beato-benedetto-xi Il parato di Benedetto XI. Storia di un tesoro a cura di Rosati, Maria Ludovica, 2023, Dario Cimorelli, Milano.